Sariku's Weblog

2 febbraio 2012

Setting virtuali: nuove frontiere o annichilimento?

Filed under: Uncategorized — Etichette: , , , , , , — sara timpanaro @ 6:56 PM

Vorrei aprire un punto di riflessione su un dubbio che ultimamente mi gira in testa. Da qualche tempo nei vari siti di procacciamento lavorativo domina un annuncio di una società, e preferisco non rivelare in suddetta sede il nome. Questo sito crea dei “setting psicoterapeutici virtuali” , cioè io posso cercare uno psicologo su internet, e posso stabilire  un percorso terapeutico attraverso una chat e un apposito programma, tipo Skipe per intenderci, dove poter discutere dei miei dubbi. Inoltre se non dispongo di auricolare e cuffietta posso tranquillamente discutere attraverso la chat.  Ma prima di sollevare dubbi e perplessità in merito è bene sapere,

Cos’è il setting

Il setting è uno dei concetti chiave della psicoterapia, ed è quell’insieme di condizioni organizzative alle quali si fa riferimento per rendere possibile l’attuazione di un intervento  psicoterapeutico (Grasso; Montesarchio). Per farla breve il set è costituito: dall’ambiente fisico e funzionale all’interno del quale ha luogo la relazione analitica; dalle regole organizzative del “contratto analitico”, orario, durata e pagamento delle sedute; e dalle regole relazionali che mediano il rapporto analista-analizzando assenza di contatti extra-analitici, etc. Quindi setting. Ma non solo. Il setting è un contenitore emozionale non solo “cornice fisica”,  ma anche “cornice psichica”, dove entrano in gioco le emozioni di chi chiede la consultazione e anche le emozioni del terapeuta. Ed è il gioco di queste dinamiche che permette al consultante di decidere se continuare o meno la terapia e viceversa per il terapeuta. Non solo è sulle dinamiche emotive suscitate in terapia che si lavora seriamente su se stessi. Insomma la stanza del terapeuta diventa un pò come la nostra stanzetta d’infanzia dove, scrivevamo righe sul nostro diario ascoltando musica, oppure dove fantasticavamo ad occhi aperti senza che nessuno ci disturbasse. Però il setting  comprende il terapeuta, e quindi immaginate quante emozioni possa suscitare questo aspetto. Infatti l’altra sera ne parlavo con la mia dolce metà, che mi ha fatto riflettere sull’importanza di tutta la “cornice” terapeutica: l’incontro con l’altro, vedersi nel senso fisico del termine,  lo scambio energetico che si crea in terapia, etc. E non ha tutti i torti. La maggior parte delle scuole cercano d’insegnarti quanto importante siano l’incontro, lo sguardo, le reazioni in terapia del consultante, elementi rilevanti. Allora il dubbio sollevato da questo sito è: viviamo in un mondo dove l’individualità perde d’importanza, ritagliarsi un momento per se stessi diventa sempre più difficile, prendere un appuntamento dal terapeuta potrebbe essere vissuta in modo molto difficile, forse l’idea di internet come tramite fa sembrare la terapia meno ricco di significati, c’è la telefonata, o l’invio da parte di qualcuno, poi c’è l’appuntamento l’attesa dell’appuntamento, tutte piccole qualità che rendono la terapia unica nel suo genere: “cosa dirò, come sarà, come reagirò” etc. Abbiamo pensato ad un esistenza con internet e a volte senza i network non riusciamo a stare, è come se ci completassero la giornata, per certi versi è un pò triste, ma dipende come usiamo le piattaforme. Quindi in un mondo che si muove tanto in fretta e non trovare il tempo per andare dallo psicoterapeuta nel suo studio, utilizzare skipe e co., è diventata la soluzione?

24 gennaio 2012

Take it easy

Filed under: Uncategorized — Etichette: , , , — sara timpanaro @ 1:20 PM

Buongiorno,

mi chiamo Sara Timpanaro, ho 28 anni e sono laureata in Psicologia Clinica. Mi propongo per l’annuncio perché sono interessata alle attività da Voi svolte.

In questo ultimo anno avrò scritto un centinaio di lettere di presentazione come questa. Email che iniziavano così, e non posso far altro che pensare che i nostri CV sono cestinati praticamente subito. E’ anche vero che scrivere un CV a regola d’arte è molto difficile, quindi consiglio di farvi aiutare da un esperto (Santo Matteo! che pazienza che hai avuto).  Quando finisci di studiare e diventi Dott.ssa pensi che la cosa più giusta sia cercare un lavoro che ti aiuti per la tua formazione. Ed invece no! Ripieghi in lavori come: segretaria part-time, baby-sitter part time, commessa part time, odio questa parola part time, part time. Quindi ho capito una cosa importante: che nel gergo anglosassone è Take it easy. Studi per 10 anni della tua vita affronti esami, vivi fuori casa (è bello ok,  però sono sacrifici), spendi ingenti somme di denaro in corsi di formazione, e non ti danno nemmeno il panino per la pausa pranzo!. Ok la formazione accademica è importante. Il bagaglio culturale, il bagaglio culturale, il bagaglio culturale, (ripeto di propostio) solo che nel bagaglio non ci restano nemmeno le mutande, perchè pure quelle si sono prese. Quando ero poco più che un adolescente pensavo che trovare lavoro fosse stato semplice. Terminavi gli studi e ti offrivano un lavoro e visse felice e contenta. Credevo che a 28 anni sarei stata realizzata, e non in una situazione precaria… e visse squattrinata e mantenuta. Insomma voglio tirare le somme insieme a voi, escludendo le elementari, ma 5 anni di superiori, più 5 anni di università (che a pari non ci sei mai visto che un anno lo bruci a feste e co.), poi tirocini durante il periodo di formazione, e corsi di specializzazione.  Nella fattispecie di psicologia, per laurearti con la nuova riforma ti servono 45 esami, ulteriori 4 esami, quelli di stato per l’iscrizione all’albo, perché senza non puoi esercitare la professione, ed è una fonte di stress inesauribile e continua. Ho rimediato ad ogni esame febbre a 39 e raffreddore. Poi, decidi che non vuoi essere solo psicologo e vuoi iscriverti alla scuola di specializzazione: 4 anni, perché essere psicoterapeuti è importante è vero, ma quanto costano ste scuole. Quindi, risultato sono 14 anni di studio ininterrotto. Studiare è bello, ma è una fatica enorme, aggiornarsi continuamente e stare  al passo non è cosa da poco. Ma di sicuro con in mano lauree e corsi di specializzazione non sei comunque niente e te lo fanno capire. Allora credo che quando meno te lo aspetti le buone occasioni arrivano.

http://www.youtube.com/watch?v=5zuhxfrXocw

 

Sara.

19 gennaio 2012

Dimmi da dove vieni e ti dirò chi sei!

Filed under: Uncategorized — Etichette: , , , , — sara timpanaro @ 3:34 AM

E’ vero l’apparenza conta. Viviamo in un era dove sei giudiato in base alle scarpe che porti, il tipo di abbligiamento che indossi, vieni giudicato anche per il colore del make-up. Lo facciamo di continuo, senza quasi rendercene conto. Dividamo le persone in compartimenti stagni per cercare di capire con chi relazionarci. Quindi abbigliamento, trucco, scarpe sono il nostro biglietto da visita. Lo facciamo a partire dall’adolescenza. A scuola ci siamo abituati a vedere tipi diversi di persone: ci sono quelli con i capelli lunghi vestiti di nero che indossano magliette con sopra i disegni dei gruppi metal, poi ci sono quelli che indossano le camicie di flanella d’inverno o jeans rigorosamente strappati, poi ci sono quelli con i dread, poi quelli fighetti che hanno il loro giro super esclusivo. Mi viene in mente un film molto carino che vidi qualche anno fa si chiama “Caterina va in città”. Racconta le vicissitudini di una ragazza di provincia che si trasferisce nella caotica Roma, e per inserirsi nel gruppo dei pari, cerca di trovare la propria identità attraverso identificazioni, passando dal sostenimento di idee politiche, a comportamenti più frivoli. E’ molto carino e consiglio di vederlo.

Ancora oggi parlando, con estranei conosciuti in viaggio e amici mi trovo ad affrontare lo stesso problema :”in quel locale non vado troppi fighetti, in quel locale non vado troppi punk abbestia”. Ciò che mi fa pensare maggiormente è che non si evita un luogo o un locale, per una questione di gusti musicali, o perché non so il cibo non piace, oppure i cocktail sono annaquati. Scegliamo un posto in base alla gente. Mi chiedo come mai? Forse è importante rispettare per un senso di sé i nostri modelli di riferimento. Personalmente non mi sono fatta quasi mai problemi a frequentare  posti a causa della persone. Al massimo non andavo perché c’era musica House, ma quella che passano oggi che non mi piace, io amo gli anni 90! Anche gli anni ’80 e ’70 e ’60. Dopo questa confessione. Ed è facile chiedersi come mai rifiutiamo di andare in un posto solo a causa della gente, e come mai la prima domanda che facciamo quando riceviamo un invito è “che gente c’è?”.

Il tipo di abbigliamento, di che colore portiamo i capelli, come insomma ci presentiamo al mondo sono il nostro biglietto da visita. Ma l’altra sera pensavo, se anche la provenienza oggi rappresenta un indice di pensiero stereotipato? Cioè, il classico sicilia/mafia, napoli/truffaldino, milanese/freddo, marocchino/spacciatore, albanese/zingaro insomma la lista potrebbe essere ben più lunga. Esempio se cammino per strada, magari di sera e sono sola e un ragazzo non italiano si avvicina solo per chiedermi una informazione, o solo per accendere una sigaretta, come reagisco? Credo che il primo pensiero sia, speriamo che non mi ruba la borsa. Una  volta per esempio ero con un gruppo di persone e un ragazzo di origini senegalesi chiese un passaggio. Era sera tardi e se fossi stata da sola, non penso che avrei dato un passaggio a questo ragazzo, non per una questione di colore, a causa dello stereotipo: uomo/forte, donna/debole.  Lo stereotipo deriva dal greco “stereos” che vuol dire duro, solido e da “typos” che vuol dire immagine o gruppo, risultato “immagine rigida”. Rappresenta una visione semplificata, relativa ad un gruppo di persone che hanno come caratteristica le stesse qualità. Questo significa che si ha una incapacità di incamerare nuovi dati.

Più che in un mondo di apparenze viviamo in un luogo dove gli stereotipi si sono largamente diffusi ed hanno creato delle immagini distorte relative a  certi gruppi di persone. L’importanza dell’altro, il rispetto delle origini, e sopratutto delle diversità potrebbe rendere il mondo, secondo un mio parere personale, un luogo florido per scambi interculturali e non solo. Aprirsi a ciò che non conosciamo, promuovere un opinione a riguardo è una rappresentazione non solo di intelligenza, ma anche di grande umanità.

Sara.

1 gennaio 2012

Dodici come saggezza

Filed under: Uncategorized — Etichette: , , , , — sara timpanaro @ 1:41 PM

Ci sono della cose che non cambieranno mai: le diete che iniziano di lunedì, smettere di fumare e cominciare a scroccare, una fuguraccia accompaganata da una sbronza, e i buoni propositi per l’anno nuovo, che finiranno esattamente come tutte le altre cose elencate… nel cess!

Ora, io ogni anno per capodanno mi propongo di non uscire, e cercare di organizzare qualche megafestone a casa. Ma è impossibile mettere a disposizione una casa per così tanta gente che vuole solo bere. Amo le feste, i miei amici, la compagnia di tanta gente. Andare a ballare nei locali è una cosa che faccio con piacere quando posso. Ma la mia esperienza, mi ha portato a comprendere che ci sono dei giorni che è meglio non uscire per locali, o portare la macchina, esempio il sabato e adesso purtroppo anche il venerdì. Però,  il mio piano di uscire durante i giorni della settimana funzionava quando si frequentava l’università, che se anche perdevi una lezione il giorno dopo non era la fine del mondo. Il capodanno è la concentrazione di tutti i sabati dell’anno compreso qualche venerdì. La cena e i festeggiamenti in piazza o in una casa, sono sempre la parte più divertente, e stai da dio. Ma appena chiudi il portone di casa per voler andare in un locale, è la fine. Se non hai modo di entrare devi attendere il tuo turno al freddo e al gelo. Appena entrato,  la fila è per posare il soprabito. Fatto questo, e aver preso punti come il miglior rugbysta ti avvicini all’ingresso della tanto amata pista da ballo. Nel frattempo la concentrazione di tutto quello che hai appena fatto ha trasformato la tua sbronza felice in rabbia e vorresti uccidere tutti. E’ impossibile camminare, ballare, parlare. Dopo un pò decidi di prendere un cocktail, perché tutti ti sembrano felici e tu sei troppo attento a quello che succede. Allora fai la fila…. no quale fila, al bancone non ci sta la fila e lo capisci appena chiedi il prezzo: 10 euro, “fessa! fessa! fessa” continui ad urlarti nella testa come un mantra. Tieni il bicchiere come se fosse quello del film Il bambino d’oro (1986),  ci manca che ti urtano e ti fanno cadere una goccia per terra che si scatena l’inferno. Appena fatto questo cerchi disperatamente i tuoi amici e non sempre li trovi. Ragazzi il capodanno è roba da chi ha una pazienza infinita.

Ma nonostante tutto questo, festeggiare il 2012 con amici cari e carissimi, è la cosa più bella che ti possa capitare. Semplicemente. Oggi è capodanno e vi auguro di realizzare i vostri sogni. Auguri!

 

Sara.

23 dicembre 2011

Diari emotivi

Filed under: Uncategorized — Etichette: , , , , , — sara timpanaro @ 5:27 PM

Ho sempre amato le foto in bianco e nero. Forse perché nascondono quel velo di nostalgia che adoro. Qualcosa che fa pensare al ricordo, come se le vecchie immagini come i ricordi siano dei diari emotivi. Ieri ho ricevuto un ragalo  di Natale, da parte di una persona speciale. Ho ricevuto in dono un quaderno. Come a volermi ricordare che le passioni non devono essere dimenticate, e i ricordi che rivivono  attraverso i penseri scritti o immagini che evocano sensazioni, non devono rimanere nella nostra mente in attesa  dell’oblio.

La mia cattiva abitudine nel  coservare tutto,  in precendenza pure scontrini di qualcosa per evitare di diementicare (ne ho uno che addirittura non ha più l’inchiostro ed era il ricordo del buco al naso), oggi mi fa comprendere quanto sono legata ai ricordi del mio passato e l’importanza che hanno segnato nel percorso della mia vita. E chissà quanti ne verranno.

Allora voglio dedicare questo post al ricordo.

Mi vengono in mente i miei cari che non ci sono più e tutte le meravigliose storie che raccontavano, i periodi di guerra, i loro amori, il matrimonio, i figli, e pensavo questo che i ricordi ci rappresentano.  E mentre facevo ordine nei cassetti mi sono ritrovata davanti vecchie immagini. Ma veramente di tanti anni fa. La memoria, allora rappresenta la narrazione di una vita, e mi sono chiesta quanti sentimenti si celano.  Ma incianpare nel mio passato mi ha fatto capire quanto sia importante lasciarsi dietro alcune cose, non per perderle ma per saperle ritrovare e chiedersi quanta strada abbiamo fatto per essere come siamo oggi. Quindi ti ringrazio, cara amica, per avermi aiutato a capire cosa stavo dimenticando. Un incontro con me stessa,  con i sogni,  pensieri,  ricordi. Credo che grazie a questi ultimi e alla memoria siamo in grado di muoverci nel mondo, di esistere e di comunicare chi siamo. Il ricordo ci identifica. E lo trovo meraviglioso.

 

Sara

Buon Natale

 

16 dicembre 2011

Donne

Filed under: Uncategorized — Etichette: , , , , — sara timpanaro @ 11:34 PM

Voglio raccontarvi una storia.

L’altro giorno mi è capitato di viaggiare da sola in nave, tratta Napoli Catania. Un viaggio già fatto e affrontato come tanti altri viaggi. Molto contenta di non aver affrontato l’autostrada Salerno Reggio Calabria in macchina da sola. Io viaggio spesso da sola, non per piacere, né per scelta, capita che viaggio da sola. Ma nel 2011 di certo non mi devo fare tanti problemi. In questa meravigliosa nave però ero la sola donna a viaggiare senza un accompagnatore di sesso maschile. Appena arrivata in nave stavo andando a sedermi sulla mia poltroncina per dormicchiare, quando mi accorgo che non solo era troppo presto ma la sala era incredibilmente vuota. Quindi decido di trasferirmi al bar e leggere un libro nell’attesa della cena. Ma mi rendo conto che i banconisti e il resto degli uomini mi osservavano come un carcerato che non vedeva una donna da 30 anni. Non ho provato paura, ma una sensazione sgradevole di occhi addosso come se la camicia, il maglione e il cappotto insieme ai jeans che indossavo non esistevano più. Sgradevole. Sicché arriva l’ora della cena, mi avvicino al self service e il tipo della cassa comincia a farmi domande relative al fatto che viaggiavo da sola. Alla fine della cena uno dei camerieri dopo aver sparecchiato il mio tavolo si mette a chiamarmi ( a voce alta) e chiedermi se volevo fumare, solo che io ho smesso (e ne vado fiera) e quindi ho risposto con   un gentile no. Insisteva però il tipo perché voleva che lo accompagnassi comunque fuori con -10 gradi per fumare. Dico: sono scema che vado fuori a fare compagnia a te che devi fumare e fare il provolone, ma dico scherziamo! Non molto gentilmente mi lascia andare. Non ho il coraggio di andare al bar, mi sento sporca, con gli occhi addosso e avrei preferito dormire nei garage dove stavano le auto con la puzza di gasolio. Ma decido di andare a prendere posto nella mia poltrona. Incontro uno dello staff a cui faccio capire che in questa nave forse sono tutti monaci tibetani pentiti e quindi la vista di una ragazza che viaggia sola  poteva metterli in difficoltà. Lui ride e mi dice di stare tranquilla e che per qualsiasi cosa la nave aveva le telecamere ed era controllata. A questo punto per la prima volta posso stendermi sui sedili, tv accesa, smarties, e cocacola, in tv Ballarò e vai sono contentissima. Dopo qualche ora arriva un tipo con un cuscino in mano ( e per chi ha viaggiato in autobus usando sciarpe e cappotti per cuscini e coperte, sa che un uomo con un cuscino è come l’oasi nel deserto).

Arriva questo Va Damm de’ noi altri e mi si posiziona davanti  in cerca di chiacchiere. Io presa da commozione per il suo gesto gentile lo accolgo nella sua richiesta e chiacchieriamo. Anche se dopo poco mi rendo conto che anche lui fa parte dei monaci tibetani pentiti. “E va beh!- pensavo-andrà via”.  Macché è rimasto per tre ore. Finendo la chiacchierata con un temerario “Ci spostiamo?!”  ”Ma stai scherzando?!” Parte la mia super pippa sul fatto che mi ero rotta che tutti in quella nave avevano atteggiamenti strani nei confronti di una ragazza che viaggia da sola.

Adesso questa storia non vuole essere una protesta ne’ per i monaci pentiti ne’ per la nave che per una notte mi ha ospitata, ma solo per spiegare e ricordare che ancora dopo anni e anni di tante proteste, rivoluzioni, siamo punto e a capo. Cosa spinge un uomo a provarci spudoratamente con una ragazza che se ne sta per gli affari suoi?!  Anche perchè mettetevelo in testa queste cose danno solo fastidio. Ma sopratutto  perché ancora io, ragazza, donna, mi devo preoccupare di viaggiare da sola di notte?! INDIGNATA.

Sara

In viaggio

Filed under: Uncategorized — Etichette: , , , , , , — sara timpanaro @ 10:58 PM

Non c’è proprio nulla da fare credo che ormai possa essere testato scientificamente che in treno le persone parlano di se stessi meglio che dallo psicologo.

Sono anni che viaggio,  treni notturni con cuccette, autobus, treni di giorno, aerei, e navi( a volte). Ma è categorico che le lunghe tratte sono le migliori per stimolare le persone a parlare di se stesse. Non sai come, eppure si comincia da una frase di natura formale, o una notizia appena ascoltata alla radio, o letta al giornale per infiammare una discussione che verterà sicuramente sui problemi famigliari più intimi. Anche se non sai come questo sia potuto accadere. Come mai siamo in grado di dire a perfetti sconosciuti informazioni così private? Forse la nostra mente ragiona con un idea del tipo  ”tanto non ti vedrò più, quindi posso raccontarti ciò che voglio”. Eppure è un processo affascinante. Sentirsi in sintonia con estranei e raccontare di sé con tanta libertà. Ma ciò che più mi affascina è quando qualcuno magari non si rende conto che non hai proprio voglia di sentire gli affari degli altri, o perché  troppo preso dai tuoi, o più semplicemente te ne vuoi stare per conto tuo. Un tipo di persona che proprio non sopporto è il provolone.

Esempio, sono seduta da sola, magari leggo un libro, magari guardo un film al pc, e tu devi per forza interrompermi e dirmi dopo un poco di tempo : “scusa non ti voglio disturbare…”, e tu pensi “Ok! allora perché continui a rompere?!” E cerchi attraverso segnali chiarissimi, tipo: risposta per monosillabi, bah..si..no..mmh!; tronchi il discorso appena dai la risposta e ti rimetti a fare ciò che stavi facendo; magari sorridi poco, etc. Questi sono i miei non so i vostri. Mi piacerebbe sapere effettivamente quali sono altri metodi da utilizzare per evitare con cortesia una discussione in viaggio.

Sara

7 dicembre 2011

Lavoro cercaSi

Filed under: Uncategorized — Etichette: , , , , , , , — sara timpanaro @ 6:45 PM

Cercare lavoro… è un lavoro che dovrebbe essere retribuito. Arrivata alla terza prova di esame di stato per psicologi, e dopo aver capito che sicuramente al nord è il sacro graal , sono due giorni che giro per Torino sparpagliando i miei CV.

Mentre camminavo per la città, tra autobus, metro e lunghe passeggiate, mi chiedevo che differenza c’è tra un rappresentante di scope elettriche (nulla contro le scope elettriche) e un ragazzo/a che cerca di inserirsi nel mondo del lavoro. Praticamente la differenza sta nel compenso.

Tu ex studente con la voglia di portare le tue differenze nel mondo, di partecipare al lavoro, con il desiderio negli tuoi occhi, a fine giornata diventi un frustrato che vorrebbe prendersela con il primo “cristiano” che passa solo per il gusto di sfogare rabbia e stress. Tu rappresentante di non so che, sicuramente avrai avuto le tue buone occasioni per arrabbiarti durante la giornata, ma pensi ” e chissene! tanto prendo la percentuale sui contratti!”. Beh la differenza è evidente.

Allora facendo un riassunto, della giornata tipo di un procacciatore di lavoro post università: la sera stili la tua bella lista di luoghi dove poter bussare e venderti, ti scrivi le vie coincidenze bus, tram, metro, fai la tua mappa insomma. La mattina fresca di letto ti armi di buon umore e pensiero positivo e ti fai i tuoi bei giri. Inizi con la stampa dei tuoi Cv, il problema che di cose ne hai fatte nella vita, quindi stampi almeno 7 fogli per 10 volte. E se poi becchi lo stronzo che te le mette a 10 centesimi partono i primi 10 euri della giornata. Ovviamente se non vuoi girare con l’auto fai i tuoi bei biglietti del bus, e come di norma per ogni luogo dove devi andare ti capita di prendere più mezzi e fare dei cambi, quindi timbrare il biglietto più volte,  insomma siamo arrivati a quota 15/20 euro, perché devi mettere in conto un panino veloce, e una bottiglietta d’acqua. Ad un certo punto il pensiero positivo e volontà si sono perse tra i numeri dei bus che prendi, che sbagli, che lasci, e alla terza fermata, mentre aspetti religiosamente il prossimo che passa, ti abbandona anche l’ultimo spiraglio di sole, visto che sono le 15 e  sta per nascondersi tra le montagne, e poi sei in una delle città più fredde d’Italia, quindi per contrastare il freddo assumi posizioni che possano esserti d’aiuto nello scaldarti, mani in tasca, sciarpa che ti copre fino al naso.  Ma non serve a nulla, i veicoli di qualsiasi taglia anche le biciclette, quando passano muovono quell’aria gelida.  Quando suoni il campanello in uno dei luoghi sapientemente cerchiati nella tua cartina, cerchi di sorridere a chi hai di fronte e far capire la tua buona volontà. Ma i loro sguardi ti inviano come un messaggio: “eccone un’altra che cerca lavoro, non ha capito che in questa situazione di crisi nessuno lascia il lavoro se proprio non è costretto e che non si assume nessuno perché non sappiamo come pagare?”. Altri più elegantemente  ti dicono di imbucare il tuo cv nella posta, traduzione: lo butteremo insieme agli altri che ci arrivano.

Risultato: torni a casa con mal di testa, presa di freddo, un leggero mal di gola, e pensi che una giornata se ne sia andata senza un perché e speri che il cellulare squilli la mattina dopo.

Come un rappresentante hai venduto il tuo prodotto: te stesso, e ti chiedi cosa potevi dire, in cosa puoi migliorare, rileggi il tuo cv e dici, cavolo io però mi assumerei, un pò di cose le ho fatte. E sai perfettamente che domani mattina ti alzerai, magari contento, magari più incerta e continuerai a cercare.

28 novembre 2011

Non trovo un titolo…

Filed under: Uncategorized — Etichette: , , , , — sara timpanaro @ 9:54 PM

Non posso fare a meno di pensare al mio futuro e al grande punto interrogativo che anima questa parola: futuro. Quando ero poco più di una fanciulla, tra i banchi di scuola mi piaceva sognare e immaginare cosa sarei potuta diventare. Nonostante i miei 13 anni di scuola dell’obbligo e la scelta di altri 5 anni di università credevo che  imparare un mestiere appassionante, poteva permettermi il pane quotidiano.

La psicologia, una meravigliosa scelta di studi accademici. Qualcosa che riesce a farti andare al di là delle parole, e dei gesti. Che utilizza un linguaggio proprio e che lavora con i sentimenti le emozioni delle persone. Straordinario. Una disciplina che entra a far parte del tuo mondo senza che tu te ne accorga. Una disciplina che ha il potere di fare azzittire l’altra persona. E nonperché noi conosciamo il segreto del pendolo ipnotico (sto scherzando ovviamente), ma appena si pronuncia la frase, “Ho studiato psicologia” la risposta che segue è “Ah………. (tempo di latenza della risposta) Ma allora devo stare attento a quello che dico.. rischio che mi psicanalizzi!”

Ecco e lì ti azzittisci anche tu!

E’ vero la psicologia è uno strumento potentissimo, ma sicuramente molto più potente per chi ha seguito il filone delle pubblicità, del potere del marketing, potere elettorale, per esempio. Insomma quelle cose che ultimamente girano nelle nostre televisioni e ci rendono un pò delle macchine pronte a dare delle risposte a stimoli. Anche se non è questo che a me interessa, tutt’altro. Ma non voglio annoiarvi con i miei gusti. Ma solo fare una riflessione per quanto riguarda il senso del lavoro oggi. Vorrei capire le differenze tra i lavori  che vengono definiti concreti e quelli che vengono considerati ai margini solo perchè non rientrano nel senso comune di tangibilità, o concretezza.

Non so se gli altri colleghi la pensano allo stesso modo, eppure credo che anche loro, una volta terminati gli studi e affrontato la realtà,  si siano trovati a riconsiderare che ciò che avevano studiato per anni, tutto d’un tratto era diventato aria.

Allora mi chiedo cosa distingue un lavoro da un altro, in meglio o in peggio?

Davvero c’0 bisogno di classificare un mestiere in concreto o meno? E cosa conferisce il senso del concreto delle cose, es., che gli oggetti li tocchiamo ma parole e sentimenti solo perchè concetti astratti non godono degli stessi privilegi? Strano eppure credevo che fossero proprio le emozioni a muovere il mondo!

 

25 novembre 2011

Mammoni a tempo indeterminato

Filed under: Uncategorized — Etichette: , , , , , , — sara timpanaro @ 2:35 AM

La crisi. Non è solo una argomento relativo all’economia, ma la crisi ormai è entrata anche nei nostri modi di pensare  e percepire il futuro. Faccio parte di quella classe di giovani-adulti che cerca in tutti i modi di trovare un posto nel mondo. Posto inteso come luogo, dove possa esprimere ciò che sono, i miei desideri e le miei prospettive.  Abito a Roma da diverso tempo, e nonostante i corsi frequentati, le strette di mano, e la grande fatica di riuscire a trovare anche sottopagata qualcosa che sia attinente al corso di studi (evitando barista, receptionist, hostess nei supermercati, operatrice di call center), ancora mi trovo a farmi pagare da mamà e papà la mia vita. Ecco qual’è il problema la mia vita. La mia vita non la sento tanto mia, ogni decisione, o iniziativa che riguarda me, devo dare conto a chi si fa i conti per mantenermi. Comincia ad essere frustrante una situazione del genere. Perché mi sento pronta di essere libera, ma invece i miei piedi sono ben saldi.  Non so se vent’anni o dieci anni fa le cose erano diverse, ma avere un lavoro sembrava accessibile, creando nell’immaginario l’idea che posto di lavoro era sinonimo di potere e prestigio.  Oggi lavori si.. ma come… sottopagato, e  la metà del tuo stipendio è dello stato, delle bollette, delle tasse, insomma paghiamo il viver quotidiano della casta superiore quella che dice di governare, anche se fa rima con rubare ultimamente.

Noi giovani-adulti di adesso (non voglio pensare a quelli che che arriveranno), rischiamo di essere  mammoni a tempo indeterminato.  La mia testardaggine ha fatto si che ponessi un limite alle mie scelte lavorative, cioè: non accettare lavori che non hanno nulla a che fare con ciò che voglio. Qualche tempo fa dicevo al mio ragazzo, ho creduto che il continente e la capitale così come il nord mi stessero attendendo a braccia aperte per darmi un posto di lavoro. Cliché della Sicilia stile anni ’50. Ma no! Non c’è nulla, non troviamo lavoro. Viviamo storie a distanza cercando di trovare la tariffa migliore su treni italia, siamo sballottati da una parte all’altra in cerca di lavoro o qualcosa che ci gratifichi in qualche modo. Ma quello che mi sconcerta è che negli annunci delle bacheche di lavoro la gente scrive: disposta a trasferimenti. Le domande che mi vengono in mente sono, quali saranno le nuove famiglie? Come saremo a 40 anni?

Gli atenei d’Italia continuano a sfornare gente più o meno preparata, ma ciò che viene in mente è come possono prendermi in giro, imparo un mestiere per poi andare a fare un lavoro non solo sottopagato, ma che non ha nulla a che vedere con me e i miei desideri. Mi sento INDIGNATA, per me e per le nuove generazioni, per una idea di famiglia che forse dovrò rinunciare, mi sento INDIGNATA per tutta quella gente che compie dei sacrifici per raggiungere un sogno. Mi sento INDIGNATA per il fatto che devo pensare di andare all’estero per lavorare, allontanarmi dai luoghi che sono familiari, da posti dove sono cresciuta, dove ho stretto rapporti sinceri, dove ho scoperto l’amore. Perché devo essere costretta a fare questo? Perché devo sentirla come una imposizione. E non derivata da una scelta di vita. Cosa diventeremo?!

Non so davvero cosa credere, le mie prospettive diventano più deboli. E non mi aiuta pensare che tra qualche tempo forse sarà sempre peggio.

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